Confermata l’efficacia e la validità del trattamento con anti-VEGF nella retinopatia diabetica

È possibile che la gravità della retinopatia diabetica migliori quando l’edema maculare diabetico è trattato mensilmente con ranibizumab, diminuendo la probabilità di una progressione verso una retinopatia diabetica di tipo proliferativo? Secondo il dottor Lloyd Clark, medico del Palmetto Retina Center del West Columbia, sembra proprio di sì! A confermarlo sono i risultati della sua nuova ricerca, presentati al 31° Convegno Annuale della Società Americana degli Specialisti della Retina.

Dopo 36 mesi di trattamento, la visione e la gravità della retinopatia diabetica sono sensibilmente migliorati nei pazienti trattati mensilmente con ranibizumab rispetto a quelli trattati con una iniezione di placebo. In aggiunta, i pazienti trattati con ranibizumab hanno dimostrato una probabilità ridotta di circa 3 volte nello sviluppare una retinopatia diabetica di tipo proliferativo rispetto ai loro equivalenti trattati con il placebo.

I risultati ottenuti, ha dichiarato il dr. Clark al Medscape Medical News, «sono molto incoraggianti, in quanto essi dimostrano che quando è usato in combinazione con le terapie convenzionali, il trattamento con anti-VEGF può migliorare la retinopatia diabetica in questi pazienti», anche se deve esser valutata una reale difficoltà: «quella di riferire i dati emersi dallo studio condotto alla reale situazione mondiale perché i pazienti in questi protocolli hanno ricevuto una somministrazione mensile di ranibizumab per tre anni, e questo è un regime terapeutico difficilmente eseguibile nella pratica clinica».

Nella sperimentazione clinica di fase 3 RISE e RIDE, ai pazienti con edema maculare diabetico sono stati assegnati a caso il ranibizumab (da 0.3 milligrammi o 0.5 milligrammi al mese) o delle iniezioni di placebo. I principali elementi finali di valutazione dell’esperimento sono stati il cambiamento della migliore acuità visiva corretta (BCVA), il cambiamento nella gravità della retinopatia diabetica al 24° mese, e l’effetto del trattamento sul peggioramento della retinopatia diabetica sempre al 24° mese. Dopo 24° mesi, i pazienti trattati inizialmente con il placebo sono stati convertiti ad una somministrazione mensile di 0.5 milligrammi di ranibizumab.  «Questi dati – ha sottolineato il dr. Clark – suggeriscono che il miglioramento nella retinopatia si verifica precocemente nel corso della terapia con ranibizumab». A 36 mesi, il 33.9% degli occhi originariamente assegnati al gruppo delle iniezioni di placebo ha sviluppato una retinopatia diabetica proliferativa, nonostante il passaggio al trattamento mensile di ranibizumab al 24° mese. Al contrario, solo il 12.8% degli occhi trattati con dosi da 0.3 milligrammi di ranibizumab e il 15.1% di quelli trattati con dosi da 0.5 milligrammi hanno evidenziato una forma proliferativa al 36° mese. Quando gli occhi trattati con placebo sono passati alla terapia attiva, il tasso della retinopatia diabetica pooliferativa  è diminuito e molti degli occhi, peggiorati nel terzo anno, hanno sviluppato una forma proliferativa a partire dal 24° mese e sono rimasti classificati come retinopatia diabetica proliferativa al termine dello studio clinico.

Sullo studio è intervenuto il Prof. Dr. med. Andrea Cusumano, chirurgo oculista con una elevatissima competenza chirurgica nella chirurgia della cataratta, nella chirurgia vitreoretinica  e nella chirurgia refrattiva. <L’utilizzo degli anti-VEGF per il trattamento combinato dei pazienti con retinopatia diabetica ed in particolare con la più temuta complicanza, l’edema maculare diabetico (DME), ha rappresentato una tappa fondamentale nel trattamento di questa grave malattia oculare. Fino ad oggi- ha proseguito l’esperto– i pazienti avevano una progressiva riduzione della visione, derivata dall’aumento dell’edema; il trattamento laser era risultato di fatto insufficiente, qualche volta contribuendo, specialmente nei trattamenti troppo estesi, ad aggravare l’edema e quindi a comportare una ulteriore diminuzione della qualità visiva.

L’utilizzo nello studio che viene presentato degli anti –VEGF ed in particolare di Lucentis, ha una grande valenza. Bisogna considerare che il paziente preso in esame, è stato sottoposto ad iniezioni mensili per un periodo addirittura di tre anni. Questo nella pratica clinica è difficile, ma ovviamente, qualora ciò potesse essere perseguito, sia in termini di fattibilità e anche in termini di contenimento della spesa, che diventa ad un certo punto molto significativa, avremmo la possibilità di raggiungere il risultato più elevato in termini assoluti >.

Secondo il Prof. Dr. med. Andrea Cusumano < Fino a che non ci saranno farmaci capaci di durare molto di più, è fondamentale per il paziente avere, se non tutti i mesi, una iniezione più o meno continuativa. Gli americani- ha proseguito– parlano di Robotic surgery, di chirurgia ovvero di trattamento con le intravitreali in maniera robotica, non perché lo fa il robot, ma perché in maniera prefissata, schematica, robotica, devono essere ri-iniettati>

L’auspicio per il Prof. Dr. med. Andrea Cusumano è quello di <poter avere farmaci – e già ne esistono – che possano essere delle alternative valide – che probabilmente verranno validati in maniera conclusiva nei prossimi mesi – che possono durare di più, quindi mantenere un effetto per molto tempo. Il target finale sarà quello di poter avere, con l’ingegneria genetica, addirittura una produzione endogena, quindi all’interno dell’occhio, da parte delle cellule dell’epitelio pigmentato retinico (RPE), di anti-VEGF capaci di bilanciarne la produzione in eccesso nel paziente diabetico e mantenere la visione per un tempo illimitato>.

Fonte: Medscape medical news

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